All'indomani della scadenza del pagamento della prima rata Imu sugli immobili (ad eccezione della prima casa, dei terreni e fabbricati agricoli), che ha portato nelle casse dello Stato una somma pari quasi a 10 miliardi di euro, si impone necessaria una riflessione con dati alla mano, scevra dai commenti più o meno ideologici e populisti della politica: il discusso taglio della tassa-incubo Imu sulla casa di residenza sortisce davvero effetti positivi sulla crescita economica? Di sicuro alleggerisce quelle famiglie già alle prese con pesanti mutui.

Purtroppo la questione non è così semplice, sebbene i nostri politici al governo si siano dimostrati totalmente contrari ad un'imposta colpevole, prima di tutto, di gravare su un bene considerato di prima necessità e di frenare i consumi degli italiani, scatenando coi loro dibattiti bipartisan diffusi entusiasmi da parte della popolazione. Ma per un Paese in perdurante fase di recessione economica e in cui circa i 2/3 della ricchezza netta della popolazione sono in abitazioni, il taglio dell'Imu sulla prima casa comporta la perdita di una cifra notevolissima nelle entrate dello Stato, pari circa a 3 miliardi di euro.

Nonostante alcuni suoi difetti (la base imponibile su cui applicare l'imposta, ad esempio, è distorta perché aggiornata al vecchio catasto e non agli attuali valori di mercato degli immobili), l'imposta sul patrimonio immobiliare danneggia in misura inferiore la crescita economica del Paese in quanto interessa un bene che è la forma di ricchezza prevalente e il cui possesso è comunque meno tassato rispetto agli altri Stati europei. Studi condotti recentemente dall'Ocse e dalla Commissione europea, rilevano come le imposte che si applicano invece sui consumi (Iva), scelte produttive delle imprese (Ires) e scelte di lavoro dei cittadini (Irpef) influiscano negativamente in misura notevole sul processo di crescita economica: sono proprio queste le imposte che il governo vorrebbe aumentare per recuperare le entrate altrimenti perse con l'abolizione dell'Imu. Non sottovalutiamo, inoltre, il fatto che il peso distributivo dell'imposta sugli immobili ricade in modo abbastanza equo sui cittadini: in Italia la paga chi possiede una casa di proprietà (circa il 70% della popolazione, il cui 20% usufruisce di detrazioni che di fatto annullano l'onere dell'imposta), mentre il restante 30% (generalmente il meno abbiente) paga un affitto ed è ovviamente esentato dal pagamento dell'Imu.

Certo, l'Imu necessita di alcuni necessari interventi correttivi (volti soprattutto all'introduzione di ulteriori detrazioni per chi possiede un patrimonio immobiliare alto ma un reddito basso), ma in tempi di crisi economica e di mancanza di risorse occorre una ricetta politica che sia capace di accantonare un certo populismo nemico della crescita e che utilizzi in modo strategico le risorse ottenute dall'imposta sulla casa perincentivare l'occupazione e finanziare interventi di welfare mirati alla protezione delle nuove povertà. Quello che ci resta da sperare è che i nostri politici acquisiscano tale consapevolezza e studino i dati delle ricerche empiriche internazionali su questo delicato tema.